mercoledì 15 aprile 2015

Corto è meglio

La politica più corrotta e corruttibile dell'Europa si interroga su quali siano dei limiti da porre in essere per fermare questo dilagante vezzo italico. Una delle misure considerate più trasparenti e che dovrebbe porre al riparo da spiacevoli scandali giudiziari è quella dei meccanismi dell'appalto pubblico. E' convinzione comune che sia un bene che a partecipare alle gare siano più soggetti privati, raggiungendo così il risultato della competizione perfetta (che in politica è una chimera quasi quanto la “piena occupazione” lo è per il Ministero del Lavoro). Il sistema, però, trova delle scappatoie, alcune delle quali anche ragionevoli. Una di queste è il limite economico oltre il quale si deve per forza di cose andare a gara. Facciamo un esempio, se un Assessore ai Lavori Pubblici di un Comune si ritrova con il problema di dover effettuare un'opera essenziale in tempi brevi può farlo senza indire una trattativa pubblica se il lavoro in questione non supera un delimitato importo (in genere sono le Leggi Nazionali integrate con i Regolamenti comunali a determinarlo). Molto spesso, questi limiti sono stati scavalcati frazionando i lavori da eseguire. Anziché realizzare un'opera di importo significativo la si fraziona in più parti di valore economico nettamente inferiore. In questo modo, non superando i limiti di Legge, non si ha l'obbligo di indire una gara. Questo non è sempre una cosa sbagliata ma è comunque una scappatoia “legale” alla rigidità di certe normative. Ciò che mi preme contestare, specialmente per quanto riguarda le Amministrazioni di comuni medio-piccoli, è che in nome della trasparenza si privilegia la filiera lunga in nome di un presunto risparmio economico. Mi spiego meglio: negli appalti pubblici vince chi si propone di effettuare il lavoro al minor prezzo. Evitando di affrontare il tema della qualità del servizio, della sicurezza del lavoro, ecc. e della certificazione Anti Mafia, vorrei fare riflettere sulla ricaduta della spesa (qualunque essa sia) sulle casse dell'Ente erogante. Con la filiera lunga i soldi spesi escono effettivamente dalle casse pubbliche per non farvi più ritorno. Con la filiera corta l'opera pubblica sarebbe caratterizzata da un numero limitato e circoscritto di passaggi produttivi, l'azienda avrebbe sede in loco e dipendenti che sono anche cittadini dello stesso Comune. In questo modo, l'importo della spesa sarebbe quasi interamente recuperato dall'Ente appaltante, anche se nominalmente il servizio poteva sembrare più caro.

martedì 7 aprile 2015

Dies Iran/A nuclear mind

I sostenitori dell'utilizzo dell'energia nucleare sbandierano, quasi fosse l'unico possibile vanto, il minor prezzo dell'elettricità prodotta rispetto a quella ottenuta con altri tipi di centrali (a gas, carbone, petroli). Paradossalmente, la critica diventa più forte quando la discussione si sposta su quanto viene erogato da impianti eolici o solari. Eppure, la “questione nucleare” è di una imbarazzante semplicità. Il prezzo all'utente finale dell'elettricità prodotta non tiene conto dei costi di costruzione di una centrale (tra i 5 e i 10 miliardi di euro), di quelli legati alla sua dismissione (può durare anche qualche migliaio di anni, a tutt'oggi sono incalcolabili), i costi occulti durante il suo funzionamento (dovuti al trasporto, alla protezione ed allo stoccaggio fuori sede delle scorie che è maggiore rispetto a quello di costruzione). Il business in perdita non viene fatto da ditte private ma dagli Stati che hanno deciso di utilizzare questa forma di produzione di energia, senza contare quello secondario e (spesso) di natura politica ed espansionista legata ad utilizzi militari. I rischi che vengono calcolati (sulla carta) sono quelli legati ad incidenti interni (malfunzionamento interno come a Chernobyl) ed esterni (eventi naturali come a Fukushima o veri e propri attentati terroristici). La Storia mostra come la scelta nucleare sia andata di pari passo con quella di un rafforzamento militare in quanto i due settori (la produzione energetica e la Difesa) finiscono per intrecciare un rapporto particolarmente simbiotico. L'accordo quadro sul programma atomico iraniano avallato da Cina, Russia, Germania, Francia, Regno Unito, Stati Uniti, non credo segni una prospettiva immediata di attacco ad Israele (anche se non è da escludere) ma indica senz'ombra di dubbio la decisione di un rafforzamento militare non indifferente. Così han fatto tutte (le Nazioni). Lo dice la Storia.