mercoledì 12 marzo 2014

L’ACCIVA

L’IVA è un’imposta sui consumi introdotta in Italia col D.P.R. n. 633 del 26 ottobre 1972, entrato in vigore il 1º gennaio 1973. I soggetti d’imposta sono 2: l’imprenditore o il professionista (passivo) che producono il bene o il servizio oggetto di compravendita e il consumatore (attivo) il quale sopporta il peso dell'IVA versata allo Stato, ossia non detrae nulla. Il sistema di calcolo si basa su detrazioni e rivalse e parte dal presupposto che ad ogni passaggio economico il bene incrementi il suo valore. Ad esempio: un commerciante acquista prodotti per 100 euro e paga IVA (non compresa) per 22 euro. A seguito di lavorazioni effettuate decide di vendere questi prodotti a 120 euro IVA esclusa (26,4 euro). Il commerciante verserà allo stato la differenza tra l’IVA pagata in sede di acquisto merci e quella incassata con la vendita (26,4-22=4,4 euro). La direttiva europea 2006/112/EU stabilisce l’uniformità dell’imposizione indiretta in tutta l'Unione e sancisce che gli Stati membri devono fissare l'aliquota dell'IVA in misura minima al 15% (finora, quella più alta è fissata dall'Ungheria al 27%). In Italia, le aliquote sono tre: 4% (alberghi, bar, ristoranti e altri prodotti turistici, determinati prodotti alimentari, prodotti fitosanitari e particolari opere di recupero edilizio), 10% (generi alimentari di prima necessità, stampa quotidiana o periodica e la sola stampa dei libri, opere per l'abbattimento delle barriere architettoniche, alcuni tipi di sementi, fertilizzanti) e 22%. Un oggetto usato (automobile ma anche prodotti da mercatino) rientra in pieno nel calcolo dell’imposta con l’aliquota massima in caso di compravendita commerciale (non fra i privati, ovvio). Tale procedura rappresenta una forzatura in quanto in quest’ultimo caso il commerciante (se agisce come mediatore della vendita) non ha IVA a credito ma soltanto a debito. Sarebbe più logico inventarsi l’Imposta “sull’usato” piuttosto che applicare l’IVA su un bene che ha perso valore e non ne ha aggiunto. Recentemente, tale imposta è stata oggetto di minacciata crisi di Governo e non c’è stato organo d’informazione che non abbia illustrato la mannaia per le tasche degli italiani del passaggio dal 21 al 22 della percentuale dell’imposta da versare all’erario. Nel frattempo, però, negli ultimi anni c’è stato uno stillicidio di aumento nella tassazione sul prezzo della benzina (le famose accise). Ognuna di esse incide sulle nostre tasche di più dell’aumento dell’IVA. Questo perché il nostro sistema distributivo “corre su strada”. Ogni tipo di merce arriva a destinazione consumando benzina e perciò pur non aumentando l’imposta anche i beni di prima necessità costano oggi di più per effetto di questa scellerata decisione. Non solo, aumentare le accise (e l’IVA viene calcolata anche su queste tasse) comporta per il consumatore finale un minor utilizzo dell’automobile che è un bene storico per la nostra industria nazionale e che tra i suoi comparti offre il maggior numero di posti di lavoro. Detto ciò, e premettendo che occorre arrivare ad un lento ma graduale abbandono della dipendenza da idrocarburi, l’aumento del prezzo della benzina stabilito dallo Stato in sede di tassazione è una rivoltella carica puntata alla tempia di un malato molto grave.

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