giovedì 20 agosto 2009

Cento preghiere


Sembrava una di quelle tranquille notti di inizio autunno con l'aria fresca che ti sfiorava la pelle e ti entrava nei polmoni riempiendoti di gioia di vivere. Nel cielo scuro le stelle parevano tanti piccoli fuochi che si accendevano e si spegnevano a seconda della intensità con cui i miei occhi cercavano di fissarle. Le case attorno a me erano molto vecchie e la luce dei lampioni le illuminava implacabilmente, quasi volesse sottolinearlo. E la luna era assente. La Luna, musa ispiratrice di poeti innamorati, mi rendo conto che può sembrare sciocco ma ogni qualvolta la osservo e mi lascio inebriare dai suoi fiocchi raggi, così vivi, eppure insufficienti ad illuminare il globo, mi sento rinascere. La sua vista mi lenisce qualsiasi dolore, mi fa sognare. Ogni volta che splende piena, alta nel cielo mi affaccio alla finestra e cancello in un istante tutti i miei problemi. Sembrava una di quelle tranquille notti di autunno. Ma non era così. Chiusi la finestra dopo circa un'ora di meditazioni profonde. E' curioso, quando mi capita di osservare delle autentiche meraviglie del creato come una cascata, un'impervia montagna, il sole, la luna, gli effetti di un vento impetuoso o chessò altro forse non mi viene da pensare da chi o da che cosa tutto ciò ha avuto origine quanto invece il mio posto in esso. Sono sicuro che, in fondo, tutti noi si è alla ricerca di qualche cosa anche se non sempre sappiamo esattamente dove cercare. E più si cerca di capire, più ci si sforza di trovare, più ci si ostina a lottare e più una soluzione ci appare lontana. Cosa ci faccio qui? Quale posto occupo nell'imperscrutabile stato delle cose? Se fossi una montagna sarebbe tutto più facile, avrei maggior coscienza sul disegno cosmico. Conoscerei esattamente il mio destino, il mio posto in tutto questo. Ma sono un uomo e non sono legato ad un solo luogo della terra e la mia mente si pone costantemente interrogativi ai quali non so dare, molto spesso, delle risposte. Credo di possedere, con gli occhi, una grande maledizione. La vista mi da l'opportunità di percepire i sincronismi del complicato meccanismo della vita sulla terra. Ma non sanno portarmi oltre. Non sanno mostrarmi il mio ruolo. A volte mi capita di odiare intensamente i miei occhi capaci di vedere perfettamente solo il buio e le mie gambe capaci di portarmi nel dappertutto di nessun posto. E tutto quello che faccio dove mi conduce? Alle porte del ventunesimo secolo la razza umana si vanta di aver formato vere e proprie civiltà, di vivere più a lungo e di avere creato le città. Queste ultime occupano un'enorme spazio e forniscono un solido, molto spesso, inutile riparo da eventi che non può in nessun modo fermare. Come sosteneva qualcuno, però, una città è fatta soprattutto di mura, cioè di qualcosa, un ostacolo, che impedisce l'ingresso o l'uscita a qualcos'altro. Non è questo che ci serve. Non è questo che mi serve. Cercare di non pensarci non è la soluzione migliore. Ecco, sapevo che sarei arrivato a tutto ciò. Sono diventato matto. Mi ritrovo terribilmente impacciato, insicuro. Non capisco più nulla, nessuno. Nella sala, l'attesa si faceva sempre più insostenibile. Eppure ero stato io a scegliere tutto questo. Forse per vigliaccheria, per il peso delle responsabilità o chessò altro. Avessi fede in qualche cosa potrei mettermi a pregare ma non ci riuscirei. Per tutta la mia vita ho cercato di rendermi invulnerabile. Una ricetta che mi facesse sopravvivere al mio tempo. E l'ho trovata. Ma non sono ancora soddisfatto di me stesso. Mi manca la passione, il respiro dell'esistenza. Non sono mai riuscito ad avere bisogno degli altri. Solo oggi che ho un tremendo bisogno d'aiuto, mi sento vulnerabile come la più minuscola ed indifesa delle creature della terra e la cosa mi sconvolge e confonde al tempo stesso, mi rendo conto di quanto sia sbagliato questo mio atteggiamento. Anche se ciò fa pugni con tutta una parte della mia vita. Ma per la prima volta non mi importa nulla di me stesso, di ciò che sono, di ciò che ho. Persino l'attesa, sottile tortura psicologica, diventa più dolce del miele. Mi senti mondo! Oggi porgo il fianco alla vita. Non ho più paura delle tue stoccate. Non mi preoccuperò per il dolore, anzi lo voglio assaporare tutto per intero. Perché anche il dolore è frutto della passione e frenetico respiro dell'esistenza. Un rumore proveniente dal corridoio mi riporta alla realtà. Una porta si apre. Una donna approssimativamente dell'età di 50 anni mi invita a seguirla. Spegnerei volentieri una cicca di sigarette in terra. Ma non fumo. Ringrazierei Dio con una,cento preghiere. Ma non credo. Tirerei un sospiro di sollievo. Ma ho i polmoni letteralmente bloccati. Forse correrei se non avessi le gambe legate al suolo da robuste ed invisibili catene. Eppure, in qualche modo, riesco a divincolarmi. La donna mi precede spedita ed io non le sono da meno. Non so bene da dove arrivi tutta questa calma, questa serenità che pervade la mia anima in questo momento ma quando si apre davanti a me anche l'ultima porta e vedo la donna della mia vita sdraiata su di un letto, provata, eppure ancora così forte, e con accanto una creatura che per orgoglio ed egoismo definisco "mia", forse incomincio a capire. Mi precipito al capezzale del letto di mia moglie, più bella che mai, ed ella mi sorride soddisfatta e con un cenno del capo mi mostra il frutto più bello dell'albero della nostra unione. Poco tempo prima mia moglie mi aveva raccolto come si raccoglie un tenero cucciolo di uccellino cascato dal nido per ricongiungerlo ai suoi genitori. E tra un frusciare di ali e cinguettii stavo incominciando a capire. Sì finalmente ho capito. L'orgoglio e l'egoismo scompaiono lasciando il posto alla consapevolezza. E' bastato guardare negli occhi di mia moglie più profondamente del solito per capire che Egli esiste. Ma non ho più tempo per i pensieri sterili ed inconcludenti. Ho una famiglia “numerosa” che mi aspetta e cento preghiere con cui ringraziare un Amico.

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