mercoledì 15 aprile 2009


Un altro aspetto del mercato, forse troppo sottovalutato dalle istituzioni, è quello dell’editoria. In qualunque Paese del mondo si tratta di un settore di impresa ed è soggetto alle stesse regole di qualsiasi altra attività economica: c’è l’imprenditore, un’impresa, dei lavoratori, un prodotto, dei clienti. In Italia questi ruoli sembrano passare dentro un frullatore per uscirne molto diversi dagli originali. A questo proposito, per chiarire meglio il mio pensiero relativo all’Editoria italiana, voglio riferirvi di un fatto accaduto di recente. Mi è stato spedito un plico cartonato in una lettera raccomandata con ricevuta di ritorno dal titolo promettente: “ACCORDO DI EDIZIONE”. Siccome intendo usare questo esempio per illustrare la situazione di un settore dell’economia non vi cito il nome di questa casa editrice (non è l’unica, credetemi, forse è solo una delle più fantasiose). In questo accordo in cui mi si propone l’acquisto a prezzo di copertina (si, avete capito bene, proprio l’acquisto…) di qualche centinaio di copie di un libro edito dal manoscritto che ho inviato loro mi permettono di scegliere il pagamento:
in dieci comode rate
in tre rate
in una sola rata.
Tutte e tre queste formule di pagamento vengono richieste PRIMA della stampa di una sola, singola copia del volume. Sarebbe come se una casa automobilistica dicesse ai suoi operai od impiegati di comperare l’auto che stanno costruendo con il loro lavoro e addirittura PRIMA di percepire lo stipendio. Credete che sia assurdo? La penso esattamente come voi. Ma proseguiamo con la lettura di questo accordo. Dopo il contratto, che sancisce il negozio giuridico che regolerà il rapporto tra il sottoscritto e la casa editrice, ho trovato allegato un…MEMORANDUM IMPORTANTE (è scritto proprio così), DOCUMENTAZIONE SUPPLEMENTARE ALL’ACCORDO DI EDIZIONE. In esso vi sono esibite una lunga serie di sciocchezze che si commenterebbero da sole ma che, per puro masochismo, voglio farlo dicendo la mia. All’inizio vi è un dato oggettivo, si legge infatti che…l’Italia è il Paese all’ultimo posto tra quelli europei per numero di lettori e per libri venduti (e nell’ultimo posto al mondo tra i Paesi progrediti), ma nel quale escono circa 53000 titoli all’anno e cioè circa 145 libri al giorno per 365. Il dato è sbagliato. Non è vero che il popolo italiano legge meno degli altri e che si producono tanti libri. Primo: bisogna rapportare il numero di abitanti con quello dei lettori, altrimenti San Marino sarebbe l’ultimo Paese europeo anche se risultasse che il 100% dei suoi abitanti compera e legge libri tutti i giorni. Secondo: dei 53000 titoli che escono ogni anno quanti sono edizioni o riedizioni di opere già pubblicate e conosciute da secoli? Con tutto il rispetto che nutro nei confronti dei capolavori della lingua italiana credo sia importante sapere se, ad esempio, 50000 di questi 53000 titoli sono classici come La Divina Commedia, I Promessi Sposi, Cuore e perché no, anche la Bibbia. La domanda da porsi è quanti sono i NUOVI titoli proposti dalle CASE EDITRICI e QUALI tra esse hanno sperimentato nuovi autori. Domanda e risposta cascano nel vuoto. Evidentemente al redattore del testo non importava dare questo tipo di informazione. Ma proseguiamo, il memorandum si avventura in un’altra considerazione che mi ha lasciato a bocca aperta. Sostiene infatti che l’Editore di varia investe capitali senza reali possibilità di sondaggio preventivo di mercato…gli investimenti dell’Editore sono fatti pressoché alla cieca. Sono felicissimo di sapere che nessun commerciante italiano rileva un’attività senza che un’indagine di mercato gli confermi che diventerà ricchissimo. Ovviamente, non è così. L’impresa presuppone il rischio e comunque non vi è alcun settore economico che prevede delle certezze. Il supposto del memorandum è volutamente errato.

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