lunedì 26 gennaio 2009


Satan's Womb

Nicholas Marshall subisce una serie di attentati dai quali salva a stento la sua vita. Decide di fuggire da Portland per recarsi al Satan's Womb e qui trovarvi protezione. La struttura, un'enorme costruzione edificata all'interno di Mount Withney, offre rifugio ed ogni sorta di divertimento. Dopo un primo periodo di euforia, il protagonista del romanzo si renderà conto di essere capitato in un luogo dove la sua vita varrà molto poco. Lo salverà l'amore...finchè dura.

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  1. CAPITOLO 2

    Raggiunto il proprio obiettivo, i quattro uscirono dal mio ufficio e dall’edificio. Quello più anziano, l'unico ad avere parlato, mi strinse la mano e mi sorrise. Compresi che si trattava di una condanna a morte. Mi chiusi nel mio ufficio e non ne uscii fino a tarda sera. Se non fosse stato per l’insistenza e le rassicurazioni del mio vice vi sarei rimasto per tutta la settimana. E anche oltre. Invece, feci lo sbaglio di accettare il suo consiglio e di seguirlo. Andammo verso i garages. Salii sulla sua auto. Lui mise in moto, manovrò per uscire in retromarcia ed affrontare il traffico cittadino. Prendemmo per Congress Street, poi la High e Cumberland, senza particolari sussulti. Non mi attendevo che quella giornata terminasse con un nulla di fatto. Non mi sarei aspettato, però, tutto quello che seguì. Una serie di spari mi riportò drammaticamente alla realtà. Feci appena in tempo ad udire le detonazioni che vidi Jeff perdere il controllo dell'auto, folgorato da almeno tre proiettili. Gli schizzi di sangue del mio amico, nonché braccio destro, mi bagnarono i vestiti e mi ricoprirono la faccia. Brandelli di carne si appiccicarono su diversi punti dell'auto. Sbandammo e finimmo per sfondare la vetrina di un concessionario. Evitammo di investire qualcuno per pura fortuna. Nel momento dello scontro, violento, contro una delle auto in esposizione, si misero in funzione l'impianto antincendio del locale, la sirena d'allarme e l'air-bag posto sul lato guida. Il mio, fortunatamente, non si aprì. Jeff aveva portato recentemente il suo mezzo a riparare ed evidentemente il lavoro non era stato fatto a regola d’arte. Avevo sbattuto violentemente la fronte sul cruscotto e sanguinavo ma, seppur dolorante, cercai di riprendermi. La tempestività poteva forse salvarmi la vita. Non c'era tempo da perdere. I miei assassini stavano, sicuramente, cercando di scoprire se io ero ancora vivo. Mi slacciai la cintura. Presi un fazzoletto e me lo annodai sulla fronte sanguinolenta, come se fosse stato una bandana. Aprii la portiera e mi feci largo tra i detriti per raggiungere l’uscita posta sul retro, il più velocemente possibile. Avevo appena chiuso la pesante porta di metallo alle mie spalle, quando sentii una raffica di mitra fare a pezzi il legno dei mobili, il ferro e parte del muro che mi stava separando dai miei aggressori. Ansimando, in preda a cieco terrore, corsi più in fretta che potevo. In strada, mi spostai a caso, cambiai diverse volte isolato, svoltai, procedendo a zig-zag, allo scopo di non dare punti di riferimento ai miei inseguitori. Mi acquattai dentro un minimarket e ne uscii solo dopo che furono trascorsi almeno una decina di minuti. Trovai ciò di cui avevo bisogno. Salii di corsa su di una corriera diretta ad Oakland. Cercai di camuffarmi come meglio potei, fra i sedili di coda. Se fossi stato fortunato avrei potuto scamparla, salvare la mia vita. Purtroppo, la dea bendata, anche quel giorno, aveva deciso di voltarmi le spalle. Una nuova raffica di mitra falciò la vita dell'autista e di tre o quattro passeggeri, seduti nelle prime file. Le lamiere dell'autobus sembravano contorcersi e fischiare per la velocità che l’automezzo stava prendendo. Un marciapiede ed un’automobile in sosta deviarono la sua folle corsa. La corriera si piegò su di un lato e proseguì la sua marcia raschiando la parete laterale sinistra sulla carreggiata. Le scintille provocate dall'automezzo si innalzarono fino ad un'altezza di sette metri e mezzo. Io mi strinsi forte ai sedili e con calci, pugni e la forza della disperazione cercai di sfondare il parabrezza alle mie spalle. Ci riuscii. Probabilmente cedette per le sollecitazioni cui era stato sottoposto fino a quel momento. Ma non c'era tempo per scoprirlo. Sgattaiolai all’esterno e mentre l’autobus stava ancora strisciando sull’asfalto, mi lanciai verso un lampione e poi sul tettuccio di un’auto in sosta. Non ero certamente salvo. Anzi, essere uscito allo scoperto faceva di me il perfetto bersaglio per un tiro a segno. La fortuna, che mi aveva dimenticato per tutta quella giornata, decise che era arrivato il momento di aiutarmi. Il suono di una sirena della Polizia e poi di un'altra, e un'altra ancora, suggerì ai miei inseguitori che fosse giunto il momento giusto per prendersi un caffè. Sapevo che avrei guadagnato solamente pochi minuti. Ero ben intenzionato a farmeli bastare. Scesi dall'auto e mi misi a correre in direzione di casa mia. Volevo arrivare a raggiungere la mia auto. E poi, chissà, giocarmela per fuggire lontano. Pensavo di poterli seminare così. A piedi mi sentivo un bersaglio troppo facile, una preda inerme. Non smisi di correre un solo istante. Avevo una paura da morire. E l'adrenalina che scorreva a fiumi nel mio corpo sembrava avermi messo le ali ai piedi. Quando arrivai nei pressi di casa mia, quella stretta morsa che si era avvinghiata alla mia gola sembrò allentarsi. Fu una sensazione che durò solo per qualche brevissimo istante. Poi, tutto tornò come prima. Peggio, forse. Sufficiente a riempirmi di terrore. Vidi la mia automobile esplodere. Una colonna di fuoco e di fumo si innalzò per parecchi metri. Non feci in tempo a riavermi dallo spavento che notai un uomo dai capelli lunghi e mossi, con un paio di baffoni, chiaramente posticci, e degli occhiali da sole ben calati sugli occhi, mentre usciva dall'ingresso principale. Una decina di secondi più tardi, la mia casa si ridusse ad un cumulo di macerie. Il pezzo più grande aveva le dimensioni di una zolletta di zucchero. La mia casa. Migliaia di dollari erano sparsi sul selciato, anche a distanza di un miglio. Una mobilia in stile, i miei quadri di Edgar Degas, la collezione di Rolex d'oro, erano stati completamente disintegrati. La mia auto, una Aston Martin originale, stava bruciando davanti ai miei occhi smarriti. Il giardino, che curavo in ogni più piccolo dettaglio, assomigliava ad un campo di addestramento militare. Oscar, il mio robot giardiniere, non esisteva più. Tutto venne avvolto da una nuvola di fumo. Anzi, ogni mia proprietà era diventata parte di quella colonna di scuro, acre, vapore irrespirabile. Non riuscivo più a pensare, tale era l'angoscia che provavo. Avevo fatto uno sgarro alla malavita e quella era gente che non perdonava. Il mio torto era stato quello di incappare in un affare finanziario con il quale delle persone disoneste stavano cercando di farsi un lifting, un restyling, un vernissage, a scapito di tanti altri, onesti risparmiatori, i quali erano all'oscuro di tutti questi loschi traffici. Ed ora avevo perduto quasi ogni cosa. Il solo fatto di aver incrociato la strada con questa gente, mi era già costato centinaia di migliaia di dollari. E la mia vita stessa correva seri pericoli. Restai rintanato all'interno di uno scantinato, sempre più confuso sul da farsi. Guardai bene i diversi attentatori che mi avevano inseguito per mezza Portland, seminando morte e distruzione. Studiai il volto di coloro che mi avevano fatto saltare la casa e l'automobile e che, con mio grandissimo dolore, avevano ucciso il povero Jeff. Nessuno di loro aveva un volto che mi fosse in qualche modo familiare ma tutti delle facce poco raccomandabili. Restai fermo, quasi immobile, fino a quando sopraggiunse la notte. La stanchezza si fece sentire ed io sprofondai in un lungo e tormentato sonno. Sognai particolari inquietanti di quella giornata. Mi trovai faccia a faccia con quei gaglioffi, impugnai una pistola e sparai. Le pallottole sibilarono veloci verso i corpi dei componenti della banda. Tutti caddero sotto i colpi della mia arma, tranne l'uomo con gli occhiali da sole che aveva fatto esplodere la mia bella casa. Egli continuava ad avanzare verso di me, incurante delle pallottole che sembravano schivarlo. Avanzava, avanzava, facendo crescere in me una sensazione di angoscia, di puro terrore. Ma perché? Perché non mi voleva lasciare da solo ed in pace? L'uomo si arrestò a circa mezzo metro da me. Afferrò la mia arma, estrasse tutti i proiettili e li gettò in terra. Fatto ciò si mise a ridere in modo grossolano e volgare. Volevo che la smettesse, che la piantasse di ridere, di importunarmi, di attentare alla mia vita, di distruggere le mie cose. Fu allora che mi risvegliai. Era già mattina ed io ero impaurito e madido di sudore. L'incubo onirico era finito. Ora ricominciava quello reale. Rimasi nascosto per diverse ore e nella mia mente continuavano a susseguirsi le immagini della giornata precedente. Lo choc che avevo vissuto era senza precedenti. Attesi che si facesse pieno giorno. Con la luce del sole, lo scantinato non poteva più fornirmi il necessario riparo. Correvo il rischio di essere notato. Troppa gente nel quartiere si affaccendava nella pulizia dei prati o nell’eterna ricerca di un tassì per recarsi al lavoro. Cercai di ripulirmi e di ricompormi. Mi incamminai, alzando il bavero della giacca e fingendo di essere un ubriacone infreddolito. Barcollavo. Non mi era difficile farlo. Avevo dormito in uno scantinato, su di un pavimento di cemento, all’addiaccio, per un’intera nottata. Mescolarmi tra la gente sarebbe stata la cosa più facile che avrei potuto fare quella mattina. La prima della mia nuova esistenza. Dovevo trovare una soluzione. La mia vita, così come l’avevo sempre idealizzata, si era spezzata ma mi sforzavo di cercare di continuare ad andare avanti. Riflettei sul da farsi. Quale destino poteva essere riservato ad una persona che come me aveva perso quasi tutto ciò che aveva e che, onestamente, stava vivendo in uno stato di profondo terrore? Furono i suoni del traffico metropolitano a suggerirmi una scappatoia se non definitiva, certamente intelligente. Mi ricordai di una persona, in particolare. Faceva il medico e non ci eravamo mai incontrati prima. Eppure, sapevo molte cose di lui. Sui giornali avevo letto diverse notizie che lo riguardavano. Fondamentalmente, egli era un soggetto capace di esercitare un forte richiamo sui giornalisti che scrivevano per riviste e giornali scandalistici di poche pretese. Si chiamava Larry Spencer e, forse, sarebbe stata l'unica persona che mi avrebbe aiutato e di cui mi potevo sinceramente fidare. Era un esile trentenne che trascurava di curare i propri capelli e la barba. Aveva l’abitudine di tener legati i primi con dei lacci elastici. Il dottor Spencer, Larry, era il medico più atipico della città. Ex hippy, come tanti di loro, odiava così intensamente la tecnologia che non poteva esistere sul mio personal computer, o note-book, una sola informazione che lo riguardasse. Molto semplicemente, egli non aveva un cellulare, un indirizzo di posta elettronica, nemmeno un immobile. Abitava sporadicamente presso l’abitazione della sorella. Tuttavia, non era quasi mai rintracciabile. Passava le notti a casa di questa o quella amante. Finché durava. Persino il suo studio era quanto di più anticonvenzionale si fosse mai visto nella città di Portland. Larry visitava i suoi pazienti in un camper giallo che parcheggiava vicino a Raleigh Square. Era il solo modo per raggiungerlo e per questo motivo mi sentivo al sicuro. I miei nemici non potevano nemmeno essere sfiorati dall'idea che potessi rivolgermi a lui. Trovai degli abiti smessi in un cantiere edile e li scambiai, poco onestamente, con i miei. Alle tre del pomeriggio, all’incirca, il mio orologio da polso si era guastato con l'incidente del pullman e non potevo esserne troppo sicuro, mi trovai fuori del suo camper e bussai alla portiera. Il Dottor Spencer l’aprì di slancio. Era nel suo stile ma questi dettagli non mi interessavano più in alcun modo. Mi riconobbe all'istante, diede un'occhiata nervosa dietro le mie spalle per vedere se ci fossero altri pazienti, pensai, e poi mi invitò ad entrare.

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