lunedì 26 gennaio 2009


Robinson Jr.

Peter Cruise è un tranquillo scozzese che abita ad Edimburgo con tutta la sua famiglia: la bella moglie ed i due figli. Una sera, prima di cena bloccato nell’ascensore, non riesce ad assistere all’invasione della Terra da parte di una strana razza aliena . Da quando riesce ad uscire da quella incomoda posizione e si fa largo tra le macerie, inizierà un calvario alla ricerca della sua famiglia e di una ragione per vivere in un mondo orribilmente trasformato per ospitare i suoi nuovi padroni.

1 commento:

  1. I Capitolo
    Essi arrivano


    Edimburgo, a quel tempo, era ancora una tipica città scozzese, né troppo grande da soffocare nel traffico vorticoso e nella cementificazione selvaggia, né troppo piccola da languire nel noioso ripetersi delle scarse attività quotidiane. Le colline ricche di Corstorphine e di Calton, l'Arthur's Seat, la accerchiavano dall’alto lasciandole quale unica via di fuga la direzione per il mare, con l’estuario del fiume chiamato Firth of Forth. Il sontuoso Castello, superba vestigia di un’epoca mai dimenticata, osservava il tutto dall’alto della sua monumentale maestosità. In agosto il festival imperversava in ogni quartiere della capitale. Le band di strada e le cornamuse allietavano l’orecchio fino degli scozzesi ed eccitavano la folla di turisti, i quali si accalcavano nelle vie o nel parco cittadino. Nei pubs la birra scorreva a fiumi ma, del resto, era ciò che accadeva solitamente durante tutti gli altri periodi dell’anno.
    Pur essendo una giovane capitale di sole quattrocen-tocinquantamila anime essa era amatissima da tutti gli scozzesi. Immensa era la fierezza, e l’amore del popolo, per il simbolo della nazione chiamata ironicamente “no man’s land”… la terra di nessuno. I coniugi Cruise, Peter e Brooke, non erano eccezioni alla regola. Lavoravano ad Edimburgo e qui vi abitavano, facevano shopping e passavano le serate ed il fine settimana in compagnia dei due figli maschi, Harry e James. Lunedì tredici agosto sembrava una giornata uguale a tante altre. Papà Peter terminava il pomeriggio lavorativo affrontando il modesto, seppure delicatamente fastidioso, traffico cittadino. Una decina d’isolati lo separavano dalla sua serata in famiglia, così simile a tantissime altre, ciò nondimeno entusiasmante, anche se nel segno della tradizione.
    Mamma Brooke come faceva ogni sera, chiudeva le saracinesche del supermarket della catena Tesco, per il quale prestava la sua opera come responsabile alle vendite e si dirigeva verso la strada di casa. Puntualissimi, entrambi i coniugi tornarono a casa prima del tramonto. Il cielo coperto anticipava l’arrivo del buio della notte. La Rover Kensington SE, tre porte, verde metallizzato di Peter, entrava nel settore box del condominio, pochi istanti prima che arrivasse la Chrysler 2.000 cc, modello PT Cruiser, cinque porte, blu cobalto, di Brooke. Un sorriso, uno sguardo d’intesa e il marito aiutò la moglie nella manovra di parcheggio.
    Un casto bacio sulle labbra e i due coniugi si avviarono verso il primo dei portoni frangi fiamme con le robuste maniglie anti-panico. Il corridoio che portava al secondo era scarnamente rifinito con sole gettate di cemento. Dopo aver oltrepassato un nuovo portone, i due presero l’ascensore e si portarono al terzo dei quattro piani di cui era composto l’edificio. Harry e James attendevano sull’uscio il loro arrivo. Il primo era un ragazzo di dieci anni, estroverso e vivace, dalla lingua sciolta. Il secondo era un serafico dodicenne, intelligente e un po’ secchione. La famiglia riunita nel pianerottolo rientrava in casa per la cena.
    Quella sera si era ordinato telefonicamente la cena in formato Happy Meal da Mac Donalds e si approfittava del tempo d’attesa del corriere per scegliere quale lungometraggio serale guardare tutti insieme. Dopo una fantasiosa, ma rispettosa, discussione la scelta cadde su Serendipity, una vecchia commedia romantica con John Cusack e Kate Beckinsale. Il film narrava le vicissitudini di un giovane americano ed una ragazza inglese alle prese con il… destino. In ogni sequenza i due protagonisti si scontravano con il Fato, il quale sembrava dividerli ed allontanarli l’uno dall’altra per poi ricongiungerli nel più classico finale hollywoodiano.
    L’alloggio dei Cruise era fortemente caratterizzato dalla cultura scozzese. I quadri in legno raffiguravano temi che si riferivano al whisky, alle cornamuse, al golf, al football. Il pavimento era completamente ricoperto da una spessa moquette. L’impressione che se ne traeva era di una famiglia attenta alle tradizioni ed all’orgoglio nazionale. Spiccava, su una parete del salotto, una coppia di ottocentesche pistole da duello. Peter non era un fanatico delle armi da guerra. Nessuno, in famiglia, lo era.
    Si trattava solamente di collezionismo di oggetti antichi appartenuti alla storia della città di Edimburgo. Si dava il caso che quelle pistole fossero state usate in un celebre duello tra nobili e precisamente tra Sir Horace O’Donnell, di chiare origini irlandesi, e Sir Perceval Drummond, scozzese di Glasgow. Per l’amore e l’onore di una donna, Lady Gertrude Macpherson, i due si sfidarono a singolare tenzone e, come spesso accadeva in questi casi, perirono entrambi. La nobildonna non sposò nessuno dei due pretendenti e, dopo alcuni anni, incontrò un ricco commerciante di tessuti, il quale rientrava in patria dopo un lungo viaggio in Italia. Il suo nome era John Winston Cruise. I due si innamorarono e convolarono a giuste nozze. Con il matrimonio nacquero cinque figli: Leopold, Gustav, George, Mary Anne ed Henry. Così ebbe inizio la storia della casata dei Cruise di Edimburgo. Peter discendeva dal ramo del terzo figlio, George, il quale, nella sua progenie, poteva vantare due Ministri della Fede, sei avvocati, un membro del Parlamento e tre alti graduati dell’Esercito. Nonché diverse mogli di personaggi illustri.
    Quando il ragazzo del Fast Food suonò il campanello, mamma Brooke si diresse immediatamente in balcone e papà Peter sul pianerottolo e poi nell’ascensore. Harry e James, spingendosi vicendevolmente, frementi e vocianti, attendevano l’arrivo dei fumanti oggetti dei loro desideri, canzonando lo zio Lanford, il quale aveva l’hobby di allevare scimmie di mare. Essi trovavano molto ridicola questa cosa. Tali animaletti altro non erano che dei crostacei denominati Artemie Saline. Le loro peculiarità erano date dal fatto che le loro uova potevano rimanere in uno stato di ibernazione per anni, di possedere un solo occhio alla nascita, ma di svilupparne altri due in età adulta. La cosa non destava l’ammirazione in alcuno. Tuttavia, Lanford vi si dedicava con una cura ed un’attenzione quasi maniacale. Lo zio era un po’ strano. O, almeno, questa era l’opinione dei due giovani rampolli.
    Il boato che seguì, meno di una decina di secondi dopo, non ottenne lo stesso effetto di sconvolgere i ragazzi quanto vi riuscì l’immagine che ebbero davanti agli occhi. Metà dell’intero salotto fu completamente spazzato via da un raggio di luce. Brandelli di carne, di quello che era il corpo di Brooke, furono violentemente scagliati contro le pareti ed il soffitto rimasti ancora interi. Una vasta crepa cominciò a formarsi sotto lo sguardo sbigottito dei ragazzi. James, urlando di dolore, si diresse verso l’apertura che si era formata e, prestando attenzione a dove posasse i piedi, guardò impietrito ciò che stava accadendo lungo la strada.
    Gruppi di umanoidi di colore azzurrognolo stavano inseguendo e stanando tutti gli uomini, le donne e i bambini del quartiere. Si muovevano lentamente come se avessero difficoltà a spostarsi. A James pareva di vedere le immagini al rallentatore. Assai più veloci e micidiali apparivano le loro armi. All’estremità delle braccia, James notò dei cilindri di colore nero, lunghi come un fucile a canne mozze. A quella vista, il giovane afferrò il tubo di ferro della grondaia, che penzolava davanti a lui, e si gettò verso il piano sottostante. Il fratello minore, Harry, rimase accucciato in un angolo, paralizzato dal terrore.
    Peter, ancora in ascensore, udì il forte boato, ed il conseguente contraccolpo, con apprensione. La sua corsa si fermò al primo piano. Pensando ad un guasto, cominciò ad imprecare contro la ditta costruttrice ed a cercare di smuovere le porte. Riuscì ad aprirle per pochi pollici. Quando i suoi occhi guardarono attraverso la fessura che si era formata raggelò. A pochi metri di distanza vide una creatura ripugnante che saliva le scale e le sue narici furono investite di un fetore nauseabondo, quale quello di un cadavere in decomposizione. In una frazione di secondo, la vide puntare verso di lui un costrutto di colore nero, che luccicava in punta come una sorta di neon dalla luce bluastra. Istintivamente si ritrasse impaurito, cercando di nascondersi alla sua vista.
    Confuso ed incerto, con l'assurdo timore di essere completamente impazzito, Peter si appiattì contro una parete laterale della cabina. Trascorsero alcuni istanti, che a lui parvero un’eternità. Cercò di trattenere il respiro, per quanto gli riusciva, allo scopo di evitare di ansimare. Nel contempo, concentrò il suo udito su quanto stava avvenendo all’esterno. L’innaturale silenzio era rotto solo dal suo battito cardiaco. Quando decise di muoversi, per capire meglio ciò che stava accadendo, sentì un rumore gelargli il sangue. La creatura infilò quella che doveva essere una testa nella fessura. In realtà, si trattava di una grossa palla ovoide di colore azzurro, racchiusa nel cappuccio di una sorta di saio da frate dal colore blu scuro. Due globi, apparentemente lisci e scuri, del diametro di circa un piede, dovevano essere gli occhi ed erano privi di palpebre. Peter non vide alcuna fessura al centro di quello spaventoso volto mentre ve ne era una molto piccola e di forma circolare più in basso. Certamente, quella cosa non respirava o mangiava come un uomo. Peter capì di essere perduto. Ancora prima di porsi delle domande su chi o cosa fosse l’essere che lo stava stanando, come un cacciatore fa con la sua preda, l’istinto primordiale lo portò a capire che la sua fine fosse vicina.
    La testa cominciò a voltarsi verso di lui e nell’istante stesso in cui ebbe la certezza che Peter si trovava nella cabina, un fortissimo rumore attirò l’attenzione di entrambi. Proveniva dall’alto. I cavi che sorreggevano l’ascensore avevano ceduto. Si strapparono con un fragore assordante. La creatura fece appena in tempo ad alzare quella che sembrava essere la sua testa che la cabina cominciò una breve, ma folle, corsa verso il basso, recidendogliela di netto. L’urto contro il suolo fu violento e distrusse parte della cabina. Peter batté la testa e svenne.
    I suoi sogni furono popolati di immagini familiari, il suo sonno costellato di ricordi deliziosi ed incubi paurosi. Immaginò di trascorrere un tranquillo pic-nic al Parco e di seguire le band che suonavano le cornamuse con i suoi due figlioli. Pensò addirittura di suonare un assolo su una torretta del Castello, vestito con il kilt come si confà ad ogni buon scozzese. Poi arrivò una creatura tenebrosa che provò a strappargli i figli e la moglie ma lui reagì. Lo afferrò per un braccio e quando questi si voltò si mise ad urlare per lo spavento.
    Quando rinvenne si ritrovò con la fronte imperlata di sudore, al buio e semisommerso di acqua e detriti. I muscoli gli dolsero per l’impatto e la posizione rannicchiata nella quale aveva forzatamente dormito. Cercò di fare leva con i piedi sul pannello superiore della cabina, ormai mezzo fracassato, e di sollevarlo. Lo sforzo fu immane. Sembrava essersi incastrato. Dopo diversi tentativi infruttuosi, quando ormai la fiducia in se stesso, la speranza di uscire da quella situazione, si era affievolita, raggiunse il suo scopo. Si era procurato, così, una via di fuga da quella scomoda prigione. Per sua fortuna, nel percorso dell’ascensore trovò del materiale da utilizzare. Pensando a quanto dovessero essersi preoccupati i suoi familiari, si diede da fare per cercare di risalire fino al piano terra. L’impresa non fu delle più facili.
    Quando Peter uscì dalla cabina dell’ascensore, ormai semidistrutta, il suo cuore quasi collassò. L’intero palazzo era sparito ed al suo posto si trovavano solo travi, macerie e polvere. Con il buio, non si era accorto di nulla fino a quando non era riuscito ad uscire dalla fossa nella quale si era ritrovato rinchiuso contro la sua volontà. Restò in piedi sopra i detriti, guardandosi intorno, in preda all’angoscia.
    Cercava con il proprio sguardo di trovare un senso a tutto ciò. Un senso che non c’era. Solo, e immobile, Peter non riusciva a comprendere come un intero palazzo di tre piani potesse essersi sbriciolato in quel modo. Una fuga di gas? Un cedimento strutturale? E la sua famiglia? Dove si trovava ora? Sua moglie e i suoi figli erano ancora vivi? Si erano salvati? Erano scampati alla tragedia? E dove erano finiti tutti? Dovunque volgesse lo sguardo Peter non vedeva altro che masserizie e piccoli fuochi. Dappertutto c’erano segni evidenti di distruzione. In quel momento, si rese conto che qualunque destino avesse colpito il palazzo aveva fatto altrettanto con tutto il suo quartiere. Non si scorgeva anima viva. Preso dallo sconforto si gettò in terra sulle macerie, e incominciò a scavare con le mani e con piccoli frammenti di metallo che trovava abbondantemente tra i resti della distruzione. Scoppiò in lacrime, mentre urlava i nomi dei componenti la sua famiglia.
    Peter cominciò a scavare con le mani, incurante delle ferite che tutto ciò gli stava provocando, raccolse i detriti, li spostò, cercò di tenere la mente lucida quel tanto che bastava per udire un qualunque rumore o delle voci umane provenire dal suolo. Cercò, si affannò, per diverse ore prima di cadere vittima dello sconforto.
    -Perché?- Disse rivolgendosi verso il cielo. -Perché mi stai facendo questo?- Proseguì, affannandosi sempre di più, ma di superstiti non ve n’era traccia. Mentre spostava cumuli di detriti, implorava il suo Dio di restituirgli la famiglia. Brooke, James, Harry, rimanevano il suo unico pensiero. Col passare delle ore la speranza di trovare qualcuno ancora vivo si affievolì.
    Tuttavia, Peter non era persona da accettare supinamente gli eventi. Non si dava quasi mai per vinto e con caparbietà cercava i suoi cari che pensava sepolti sotto cumuli di macerie. Aggrappandosi alla speranza, non si chiese più quali potessero essere state le cause del crollo del palazzo e, quindi della possibile fine della propria famiglia.
    -Non troverai nessuno.-
    Una voce umana squarciò l’aria e raggiunse le orecchie di Peter. Istintivamente, egli prese una bacchetta metallica e la puntò in avanti quasi fosse una spada. Sforzò gli occhi, cercò di scrutare chi o cosa avesse pronunciato quelle parole.
    -Quegli esseri li hanno uccisi o portati via.-
    Ad una decina di iarde da lui, forse in un avvallamento del terreno, seminascosto dietro cumuli di terriccio e detriti, Peter riuscì ad intravedere un uomo basso e tarchiato con una folta barba, acquattato in terra come un animale.
    -Chi sei?- Esclamò deciso Peter.
    -Sono Sean e se vuoi posso portarti dagli altri.- Replicò lo sconosciuto.
    -Altri chi?- Ribatté Peter sempre più perplesso.
    A quel punto, fu il turno dell’uomo tarchiato di restare sgomento.
    -Ma dove sei stato nelle ultime ventisei ore?- Domandò lo sconosciuto.
    -Ventisei ore?- Doveva essere il tempo in cui Peter era rimasto nell’ascensore privo di sensi svenuto.
    Peter si alzò e posò la bacchetta. Il suo interlocutore uscì dall’ombra. Le uniche luci nel quartiere erano quelle dei fuochi. Erano sufficienti per delineare meglio la figura della persona che Peter aveva di fronte. I due si avvicinarono con cautela l’uno all’altro.
    -Non sei uno di loro?- Disse Sean.
    -Loro chi?- Replicò Peter.
    -Gli alieni.- Ribatté Sean con voce ferma.
    -I miei figli…- Peter ricordò che non aveva ancora avuto notizie della sua famiglia.
    -Se sono stati fortunati sono periti subito nel crollo.- Affermò causticamente Sean.
    Peter prese lo sconosciuto, lo afferrò per il collo, lo sollevò da terra, serrando le mani sempre di più.
    -Fermo. Ti prego.- Disse Sean con affanno. -Se li hanno fatti prigionieri sono condannati ad una vita d’inferno.- Aggiunse a fatica. Peter mollò lentamente la presa. Sean si lasciò cadere in terra e tossì più volte energicamente. -Devi venire dagli altri.- Esclamò non appena riuscì a riprendersi sufficientemente.
    Peter rifletté alcuni istanti. Convenne che sarebbe stato più saggio cercare di capire cosa era accaduto, prima di procedere nella ricerca dei componenti della sua famiglia.
    -Portami da loro.- Disse con tono perentorio, seppur rispettoso.
    Sean invitò Peter a seguirlo ed insieme procedettero spediti, oltrepassando cumuli e fuochi. Dovunque, la situazione era tragica. Ogni casa, ogni costruzione, pareva essere stata rasa al suolo, ridotta in macerie fumanti. La città sembrava essere stata bombardata ma non vi erano grosse buche nel terreno. Difficile credere ad un attacco aereo. Le bombe, oltre a distruggere gli edifici, avrebbero certamente creato avalli e non solo cumuli. Le rovine lasciavano pensare che si fosse trattato di un attacco dal basso ma per far ciò sarebbero occorse troppe persone e armi non convenzionali. Ma se di vile aggressione si era trattato, effettuata da chi poi? Chi erano gli esseri di cui parlava Sean?
    -No, lì no.- Disse bruscamente Sean riportandolo momentaneamente alla realtà.
    Peter lo guardò confuso. Il suo compagno di viaggio si affrettò a spiegare.
    -Sono attratti dall’acqua. Vieni.- Tagliò corto Sean.
    Sean indicò a Peter la giusta direzione da seguire.
    -Proseguiamo da questa parte.- Riprese la guida.
    Peter si accorse solo in quel momento che, in qualche decina di iarde più in là, scorrevano le acque di un torrente. Sean camminava davanti a Peter con passo spedito, nonostante il buio si fosse fatto sempre più fitto ed impenetrabile. La sua conoscenza della nuova geografia del quartiere doveva essere perfetta. Non sbagliò mai direzione. Non tornò mai sui suoi passi. Non inciampò. Il viaggio durò almeno per un’ora. I due si erano spostati in direzione della collina. Peter notò, con orrore, che non avevano mai calpestato della superficie asfaltata. Sembrava quasi impossibile camminare così a lungo senza mai incrociare una strada o delle automobili. Sean procedeva con passo sicuro anche se spesso si fermava per acquattarsi e nascondersi per il timore che potessero essere visti. Arrivarono in un bosco e l’insolita guida si fermò. Stette in silenzio per diversi minuti, poi parlò a voce alta.
    -E’ qui. Siamo arrivati.- Esclamò Sean con decisione.
    Peter lo guardò perplesso. Nonostante il buio, il luogo era sufficientemente rischiarato dalla luce della luna e non si scorgeva, né si avvertiva in alcun modo, la presenza di essere umani.
    -Ti presento gli altri.- Persistette la guida.
    Sean insisteva nel sostenere che il loro viaggio fosse concluso. Peter cominciava a pensare di avere seguito fin lì un pazzo. Alcuni istanti più tardi si ricredette. Dal suolo cominciarono a sollevarsi una dozzina di persone, fino a quel momento nascoste da tappeti, ricoperti di terra, foglie e rami. Peter sbigottì. Cominciò a domandarsi dove fosse capitato. Il gruppo contava di nove uomini, tra i venti ed i cinquantacinque anni, e tre donne, tra i venti ed i quaranta. Uno di loro, all’apparenza il più deciso, portava una folta barba e pochi capelli sul capo. Quelli sulle tempie e sulla nuca erano tenuti lunghi e raccolti all’indietro, a coda di cavallo. Lo sconosciuto si avvicinò per scrutare meglio Peter. I compagni e le compagne si strinsero attorno a lui. Il solo Sean restò volutamente fuori dal cerchio che andava formandosi.
    -Io sono Alan e questo è il mio Clan.- Esclamò l’uomo, sorridendo.
    Peter ascoltò, senza enfasi, le parole di quell’uomo.
    -Siamo già una quindicina ma contiamo, entro la fine della settimana, di aumentare il nostro numero e di arrivare a superare i cento.- Soggiunse.
    Peter avrebbe voluto domandare qualcosa riguardo la sua famiglia ma non gli riuscì di farlo. Alan aveva la capacità magnetica di arringare le folle.
    -Come ti chiami?- Domandò Alan.
    -Peter- Rispose cercando di scrollarsi di dosso un po’ di torpore.
    -Come sei riuscito a sopravvivere ai Fuochi Fatui?- Chiese Alan.
    Sean comprese, dalla mimica del volto di Peter, che questi non capiva nulla di ciò che Alan stava dicendo.
    -E’ il nome che abbiamo dato agli alieni…- Disse Sean. Peter aggrottò la fronte e strabuzzò gli occhi. Stava cominciando a ricordare lo strano incontro, precedente al suo svenimento.
    -Volete affermare che quelle strane creature provengono da un altro pianeta?- Domandò Peter sempre più sorpreso.
    -Non abbiamo la più pallida idea da quale luogo provengano.- Riprese Alan. -Certamente non sono native di questa Terra.- Alan fece una breve pausa e studiò la reazione di Peter.
    Ti presento il Clan: c’è Harry Robertson, Kurt Buchanan, Luke Hamilton, Howard Gordon, Scott Shaw, Mortimer Sutherland, Lesley Horobin, Mandy Bannermann, Vicky Balmoral, Hugh Hay, Hutchinson Hume e Sean…- Si voltò verso la guida fingendo di non ricordarne il cognome.
    -...Grant…- Aggiunse stizzito Sean.
    -Poi i ragazzi.- Riprese Alan.
    Spuntarono da dietro un cespuglio tre ragazzi, un giovinetto e due bambine.
    -Will Mackinnon, Sonja Davidson ed Eleanor Shaw. Poi, ovviamente… ci sono io. Alan Keith. Il Capo Clan del Clan Keith.- Esclamò Alan gonfiandosi il petto per l’orgoglio.
    Peter rimase senza parole. La scomparsa dei suoi familiari e l’incomprensibile degrado della sua terra, la distruzione della sua casa, lo avevano provato. Non era ancora pronto ad accettare la nuova realtà. Non si ricordò più neppure di quello strano incontro nell’ascensore. Ciò che calamitava la sua attenzione, e concentrazione, era la sorte toccata a sua moglie Brooke,
    trentaduenne di Saint Andrews. I due si conobbero all’Università e si sposarono prima di concludere gli studi. I figli, James ed Harry nacquero dopo due e quattro anni di matrimonio. Non ci furono mai preferenze. I coniugi Cruise educarono entrambi i figli, nati dalla propria unione, con identico affetto e rispetto. E i due bimbi erano cresciuti vivaci, ma sani. Il primo eccelleva nelle materie scientifiche, il secondo nelle discipline fisiche nonché quelle umanistiche.
    Peter non aveva più notizie di loro ma scartava con determinazione l’ipotesi che potessero essere periti nel crollo del palazzo o peggio uccisi dagli extra-terrestri. Per lui, i componenti della sua famiglia erano ancora vivi e avrebbe ritrovato moglie e figli a qualunque costo. Avendo sentito, dalla voce di Alan, che il Clan effettuava delle periodiche sortite in città pensò di rimanere. Si sarebbe offerto volontario per ogni missione e avrebbe passato al setaccio qualunque quartiere. Peter seguì Sean ancora una volta. Egli era una persona veramente strana. Più che un uomo, sembrava un segugio. Riusciva a sentire lo scorrere dell’acqua a diverse decine di iarde di distanza ed aveva un grandissimo senso dell’orientamento, unito alla capacità di individuare il miglior percorso possibile per raggiungere una data destinazione.
    Nei giorni successivi, Peter avrebbe imparato a conoscere meglio gli altri componenti del Clan che, come aveva preannunciato Alan, stava ingrossando le sue fila.
    Hutchinson Hume era un ragazzone di ventotto anni, biondo, dalla carnagione chiara, atletico e muscoloso. Prima dell’invasione lavorava in un tiro a segno, in qualità di istruttore. Era un appassionato di arti marziali e curava moltissimo la tonicità del suo fisico, facendo footing tutte le mattine con qualunque condizione meteorologica, con qualunque temperatura.
    Hugh Hay era il più giovane Rettore nella storia dell’Università di Saint Andrews. Alto, brizzolato, egli era un tipico quarantaduenne scozzese, laburista e cattolico. Aveva anche concorso alla carica di membro del Parlamento ma non ebbe fortuna e gli elettori gli preferirono un ex attore della televisione. Gli occhiali da vista, con lenti circolari “alla John Lennon”, contribuivano a crearne l’immagine di professore progressista… nel segno della tradizione... che era poi il tipico, contraddittorio, sentimento scozzese.
    Harry Robertson era un cinquantenne autista di autobus. Non faceva altro dall’età di vent’anni. Aveva trasportato intere generazioni al lavoro, a scuola, a visitare la città, persino ad appuntamenti galanti. Taciturno, teneva fede al motto che “non si parla all’autista”. Capelli lunghi, raccolti dietro la nuca a coda di cavallo, amava moltissimo la musica classica e la birra. L’invasione lo aveva costretto a scegliersi nuove passioni.
    Kurt Buchanan era un placido scozzese di mezza età, dalla bassa statura e dai folti capelli ricci. Lavorava in una delle tante distillerie della zona e gli alieni gli avevano sottratto due figlie (Claire e Wendy) ed una bella moglie di origine francese (Justine). I due si erano sposati quando lui era ancora diciottenne. Lei era una sua coetanea. Cinque anni più tardi nacquero le due gemelle, le quali avrebbero dovuto compiere dodici anni il prossimo ventuno di settembre.
    Luke Hamilton era un trentottenne, epilettico e narcolessico. La prima patologia gli provocava crisi improvvise con convulsioni, accompagnate generalmente dalla perdita di coscienza. La seconda era un disturbo che lo colpiva durante lo stato di veglia provocandogli crisi di sonno repentine e non controllabili, dalla durata variabile. In precedenza, prima dell’invasione, era costantemente seguito da un’equipe medica. Oggi, il suo spirito d’iniziativa era a dir poco commovente.
    Howard Gordon era un grosso omone con la barba ispida e il carattere gioviale. Vendeva gelati in un piccolo negozio in Queen’s drive, nella capitale. Si vantava di essere riuscito a vendere i suoi prodotti al marito della regina Elisabetta, il quale, si sa, è nativo di queste parti.
    Scott Shaw era un trentacinquenne, dai modi aristocratici. Figlio di un importante commerciante all’ingrosso di tessuti era stato sempre cresciuto nella bambagia. Alto, longilineo, aveva i capelli castani e arruffati, portati “alla Beatles”. Era proprietario e gestore di una “laundrette” ed era un vero maniaco della pulizia.
    Mortimer Sutherland era uno schivo trentatreenne, introverso e superstizioso. Non amava apparire e si defilava dietro la scia di Alan. Era un modesto contabile di banca e al di fuori del lavoro non aveva una vera e propria vita sociale.
    Vicky Balmoral era una danzatrice di eccellente talento. Al suo attivo aveva diverse comparizioni nella televisione nazionale e diverse volte i tabloid inglesi si erano occupati di alcuni suoi flirt. Aveva ventotto anni ma ne dimostrava almeno sei di meno. La sua bellezza era tale che calamitava tutti gli sguardi dei maschi del Clan.
    Mandy Bannermann aveva una folta chioma bionda e riccia, un paio di occhiali da professoressa ed un fisico più che discreto. Prima degli eventi catastrofici di quell’agosto, prestava la propria opera come infermiera nel reparto traumatologico del St. Joseph Hospital. Era una vera e propria stakanovista del lavoro. I suoi superiori, d'accordo con le colleghe, approfittavano spesso di questa sua particolarità per affibbiarle turni impossibili in giornate di festa. Questo suo atteggiamento era stato la causa principale del fallimento del suo matrimonio con Danny Glove, un coetaneo di Inverness.
    In assoluto, però, la persona più carismatica (ed affascinante) del Clan era Lesley Horobin. Ventiseienne, aveva un fisico da ragazza della porta accanto, mai ostentato ma presentato in ogni occasione con cura e sobrietà. Capelli castani, raccolti dietro la nuca a coda di cavallo, portava sempre un paio di occhiali dalla montatura sottile, in fibra di titanio, e due lenti a coprire tutto lo spazio visivo degli occhi. Medico chirurgo, lavorava nello stesso ospedale di Mandy. Le due donne si conoscevano già prima dell’invasione. Della vita privata di Lesley si sapeva ben poco e questa discrezione contribuiva ad aumentarne il fascino.
    I bambini Will, Sonja e Eleanor, completavano il gruppo.
    Will era un vivace ragazzetto di otto anni che aveva perduto entrambi i genitori in un incidente stradale occorso alcuni anni prima. Di lui, se ne stavano occupando gli zii materni. Durante l’attacco aveva perso ogni contatto con loro e non li aveva più ritrovati. Vivace e curioso, era capace di farti le domande più disparate e bisognava fare molta attenzione alle risposte che si dava perché era molto attento ed aveva buona memoria. Spesso coglieva i grandi in fallo e smascherava le loro bugie.
    Sonja, che di anni ne aveva nove, fu testimone della morte della propria famiglia. Gli alieni avevano ucciso la mamma Brendy, il papà Richard ed il fratellino Cory, di soli diciotto mesi. Si era salvata solo dandosi alla fuga qualche istante prima che la sua casa crollasse, seppellendo così inseguiti ed inseguitori. Intristita da questo accadimento si aggrappava alla bambola di pezza che portava sempre con sé e che chiamava Miss Suzy.
    Eleanor era la figlia di Scott e dal padre aveva preso i modi di fare. Altezzosa, pur avendo solo sette anni, si dava un sacco di arie ed era poco incline a giocare con gli altri due suoi giovani compagni. Era assolutamente convinta che suo padre avrebbe avuto ragione dell’invasione e che avrebbe rimesso a posto tutte le cose. Lei sarebbe così ritornata alla sua casa e alle sue proprietà, inclusi i suoi due gatti siamesi Blackie e Thor.
    Peter seguì questo eterogeneo gruppo di sopravvissuti, il quale si inerpicava su e giù per la montagna. Grazie al fiuto di Sean, procedettero con lena e scioltezza lungo i ripidi sentieri. Camminarono all’incirca per un’ora e mezza, dopodiché la guida si infilò in una specie di anfratto nella roccia. Si abbassò, per entrare di soppiatto e per evitare di colpire delle lunghe radici che spuntavano lateralmente. Entrò in un cunicolo stretto, camminando gattoni. Quindi, sbucò in una grotta sotterranea con una piccola apertura in alto. I raggi della luna illuminavano debolmente il suo interno. Sean fece scattare il meccanismo di un generatore di corrente e delle luci artificiali furono messe in funzione. Accese, allora, il fuoco all’interno di una stufa a legna e un buon tepore si propagò nel rifugio.
    Peter non poté fare a meno di notare l’ordinata disposizione degli oggetti nella grotta, la quale era divisa in due grosse parti: la zona giorno e quella notte. Nella prima vi era l’occorrente per cucinare e posizionare temporaneamente cibo, spezie e stoviglie. Le pareti laterali erano formate da nuda roccia o da cemento e calce, quest'ultimo, frutto certamente del lavoro del Clan. Nella seconda zona vi erano letti a castello disposti a gruppi di tre. Prima di entrare, Hugh prese da parte Peter.
    -Aspetta. Debbo farti conoscere delle persone.- Disse Hugh.
    A quelle parole, tre uomini uscirono dall’ombra e si avvicinarono.
    Il primo a presentarsi fu Randall Fraser, ex calciatore dei Rangers di Glasgow, oggi quarantenne. Leggermente stempiato, fisico scolpito, aveva una particolare predilezione per l’elettronica e conseguì una laurea in materia. Questo fatto risultò molto utile al Clan. Gli impianti del rifugio erano opera sua.
    William “Liam” Brodie, era l’unico del gruppo ad essere stato in galera. Ex modello di quarantuno anni, aveva sciupato i migliori anni della sua vita, nonché una promettente carriera, imbottendosi di alcol e droghe. Aveva sfilato nelle passerelle di tutto il mondo per numerosi stilisti italiani e francesi. Frequentava donne bellissime e le sue relazioni duravano in media poco più di una settimana. La sua visita alle carceri di Stato, durata tre anni, fu dovuta alle intemperanze seguite ad una “notte brava”. Malmenò due astanti di un pub e cercò di fare altrettanto con un paio di poliziotti, intervenuti per sedare una rissa, che lui stesso aveva scatenata facendo pesanti apprezzamenti alla moglie di uno di loro.
    Mark Macfie era il più serafico del gruppo. Uomo di fede, studiava per diventare un Ministro della Chiesa di Scozia. Era stato il suo desiderio fin da quando, bambino, assistette alla cerimonia funebre che accompagnò l’estremo saluto al padre John, mancato all’età di trentasei anni. Sempre pacato e misurato, aveva i capelli neri, corti, curati ed un fisico esile. Il trio di uomini era appostato in punti diversi della montagna a guardia del rifugio. Come Peter avrebbe scoperto più tardi, tutti i maschi adulti svolgevano, a turno, compiti di sorveglianza.
    Nei giorni successivi, il suo inserimento nel Clan poté dirsi perfettamente riuscito. I maschi lavoravano nel vigilare sul perimetro del campo e per rifornire il gruppo di mezzi di sostentamento. Si trattava, perlopiù, di procurare tre generi di prima necessità: vettovagliamento, materie prime, medicinali. La lotta per il cibo passava attraverso la caccia e il ritrovamento. La pesca, per ovvi motivi, era molto sconsigliata. I generi alimentari erano procacciati stanando le prede e la selvaggina presente nei boschi. Per uccidere questi animali erano utilizzate prevalentemente armi bianche: coltelli, lance e frecce.
    Pur avendo un piccolo arsenale di armi da fuoco, queste ultime erano utilizzate solo ed esclusivamente in casi di emergenza e di estremo bisogno. Il che, tradotto in parole povere, stava a significare l’incontro con una pattuglia di alieni.
    Un altro metodo usato per trovare del cibo era quello dell’escursione in città per rovistare tra le macerie di quanto alieni e topi non avevano ancora rovinato, e, in altri campi, depredando le scorte di Clan rivali. Si trattava di rubare frutta e verdura in orti o piantagioni coltivate. Le materie prime erano la benzina, la legna (da ardere e da costruzione), materiali per il fai da te (chiodi, filo di ferro, ecc.), spezie, armi e soprattutto l’acqua. Come detto, quest’ultima operazione era di gran lunga la più pericolosa. Le armi da fuoco, invece, erano semplicemente custodite in attesa di un utilizzo, si sperava, remoto. Molto più utili erano le armi bianche. Qualunque oggetto rinvenuto che potesse essere utilizzato per la fabbricazione di una lancia, di arco e frecce, di un pugnale, di un’accetta, rappresentava un successo per i componenti del raid. Per quanto riguardava i medicinali, la situazione era decisamente drammatica. Anche un semplice raffreddore rappresentava per il Clan un grossissimo problema.
    In genere, gli ammalati si isolavano volontariamente dal resto del gruppo e si riunivano in una grotta più piccola, a poche iarde di distanza da quella principale. Era una sorta di ghetto o lebbrosario. Di questo, il clan era conscio. Tuttavia, non si trattava di essere disumani ma molto più semplicemente di guardare alla cosa con distaccato realismo.
    Nonostante le premesse, questa situazione era oggetto di innumerevoli discussioni in seno al gruppo, anche perché l’isolamento nel medesimo luogo permetteva comunque il diffondersi delle epidemie. Per intenderci, se nella grotta secondaria trovavano posto sia chi aveva contratto l’influenza, sia chi aveva l’epatite, e Lesley e Mandy continuavano a seguire gli ammalati nel loro travaglio per poi far ritorno nella grotta principale, appariva chiaro che diventava difficilissimo salvaguardare la salute di tutti i membri del Clan, ancorché unito alla cronica mancanza di medicinali.
    A questo proposito, Peter assistette ad una scena che gli rimase per lungo tempo impressa nella mente. Un giorno, a breve distanza, seguì con lo sguardo il medico del Clan. Si concentrò per udire quanto stesse dicendo. Peter non era un guardone e la sua era semplice curiosità, tanto più che Lesley era certamente un toccasana per la vista. Il medico entrò nella grotta e visitò i pazienti, seguita come un’ombra da Mandy.
    Quando si concentrarono su Luke, il quale aveva contratto l’influenza ed aveva qualche linea di febbre, Lesley incaricò l’infermiera di portargli una medicina e delle coperte in più. La donna uscì dalla grotta e si recò in una sorta di capanno che il Clan utilizzava per riporvi gli attrezzi. Peter continuò a seguirla con lo sguardo e sbirciò quanto stava accadendo al suo interno. L’infermiera prese un bicchiere pulito, vi versò dell’acqua, prese chiaramente dello zucchero e ve lo sciolse dentro. Fatto ciò, prese le coperte ed uscì dal capanno. Tornata nella grotta secondaria disse a Luke di avervi disciolto della polvere di tachipirina e il malato bevve soddisfatto.
    Peter notò che questa scena si ripeteva assai spesso e variavano solamente i contenuti del bicchiere miracoloso. Alle volte erano utilizzate foglie di menta, altre un po’ di succo d’arancia o di limone. Lesley non si stava dimostrando un’irresponsabile, stava solo cercando di guadagnare tempo in attesa dell’arrivo dei “veri” medicinali. Il suo comportamento era lodevole, oltre che eticamente corretto e spesso efficacissimo.

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